Tre giorni, tre racconti davvero coinvolgenti di Nicoletta Sipos

26 giugno 1939, lunedì. Una giovane donna parte per raggiungere l’uomo che ama, lasciando l’Italia per la Ungheria. 19 giugno 1944, lunedì. Un gruppo di famiglie ebree devono lasciare la loro casa e tutto quello che hanno. Nel loro futuro, probabilmente, la deportazione. 10 ottobre 1944, martedì. Un medico ebreo viene trasferito da un campo di lavoro dove è prigioniero dei tedeschi: nel suo immediato futuro la camera a gas. Si dipana così, in tre giorni apparentemente qualsiasi in anni speciali, il destino di una coppia e della sua famiglia.

Sullo sfondo di  tempi cupi, di cui si cerca di cancellare la memoria, Nicoletta Sipos scrive di sentimenti, di speranza, di ottimismo contro ogni realtà e previsione. Ed è questa la forza di questi tre racconti raccolti in un delizioso libricino, Tre giorni, pubblicato da Ares: la testimonianza di come alcuni destini siano segnati dalle guerre e di come, grazie all’amore e quella che oggi piace chiamare resilienza, possano davvero cambiare il futuro. Incontriamo Nora, la protagonista del primo racconto, mentre è in treno, in viaggio da Milano a Budapest. Lì la aspetta il suo amore, conosciuto in Italia mentre studiava: solo una piccola percentuale di ebrei possono frequentare la università in Ungheria; le nozze sono il giorno dopo il suo arrivo, forse per il rispetto della forma, forse per la forza della attrazione reciproca. Quattro anni dopo il matrimonio le leggi razziali impongono alla sua famiglia di prepararsi per un viaggio: una sola valigia e un documento, nessuna notizia sulla destinazione. Difficile silenziare la paura e lo sgomento, e le parole soluzione finale certamente non suonano tranquillizzanti. Nora, in quanto cattolica, non è nell’elenco dei deportati, così come la sua bambina, la piccola Klari. Il marito ormai da tempo è chiuso in un campo di lavoro.  Tutto sembra crollare attorno a lei che si tiene stretta la figlia e la speranza. Speranza che testardamente coltiva il giovane medico Istvan: nel campo di lavoro in cui è chiuso ha ritrovato suo fratello Bandi; grazie a una preziosa sigaretta e al debutto di riconoscenza di una guardia che ha curato e guarito ha scoperto la destinazione del loro prossimo viaggio – la Polonia – ma anche che i nazisti sono messi male. In Polonia, lui lo ha saputo da uno dei misteriosi canali che collegano gli internati, vi sono campi non più di lavoro ma di sterminio, dove i prigionieri vengono uccisi in masse nelle micidiali camere a gas. L’unica possibilità di sopravvivenza, per quanto possa sembrare folle, è la fuga. Le tre serie in qualche modo si ricongiungono così come i protagonisti… Nicoletta è bravissima, di un talento naturale e portentoso: ma quello che mi ha davvero colpito, in questo piccolo libro, è la forza della speranza, quella del messaggio, quella dell’amore. Che dire di più? Io ne ho ordinate diverse copie alla Feltrinelli, che però richiede due settimane per la consegna; più veloce è ibs, che chiede solo pochi giorni (https://www.ibs.it/libri/autori/nicoletta-sipos?srsltid=AU7gw4VoDxQSaz8k81TafmUQ0Y1s1WsPWPPxg2yusqin7MsQGIn5i8SG), offre uno sconto del 5% sul prezzo di 14 euro e popone anche gli altri bellissimi libri della Sipos.

E’ il libro perfetto per un regalo, per una amica, per riflettere su come, anche nei momenti più bui, gli esseri umani hanno la possibilità di scegliere fra rassegnazione e azione; disperazione e speranza. PS: la stessa foto copertina ha una storia: ritrae Gyuri, cugino dell’autrice, a 4 anni: a 8 fu deportato con i genitori, ma riuscirono tutti a sopravvivere; lui, oggi 90enne, e Nicoletta sono gli ultimi della famiglia ad aver conosciuto la Shoah.  

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a cura di ELENA MORA