22 novembre 1963
Fa caldo, troppo caldo e il mio tailleur rosa è troppo pesante. Pessima scelta. L’auto va piano, troppo piano. Per fortuna là in fondo c’è una galleria dove sfuggire al sole, almeno per un attimo, poi saremo quasi arrivati a destinazione.
“Jackie, togliti gli occhiali”.
Jack è sempre così attento a tutto, in particolare qui a Dallas, dove dobbiamo riconquistare voti preziosi. Mi ha raccomandato tanto di salutare alla sua sinistra, mentre lui saluta a destra. Così, non mi sono nemmeno girata quando c’è stato uno scoppio, ho pensato al tubo di scappamento di una delle moto della scorta. Così, sono stata l’ultima a vedere il sangue sul suo volto, la sua testa aperta dal secondo proiettile. Così, le ultime parole che ho sentito da lui sono state:
“Jackie, togliti gli occhiali”.
Hanno ucciso il presidente. Hanno ucciso mio marito. La mia vita, che si era appena stabilizzata, sta per cambiare. Per sempre cristallizzata in quella immagine. Come la macchia di sangue sul mio tailleur rosa fragola. Una macchia sulla storia degli Stati Uniti, una macchia su un abito che non era nemmeno un vero Chanel, ma una copia cucita nella boutique Chez Ninon.
Un falso, come quasi tutta la mia vita.
Falso come il mio sorriso radioso il giorno delle nozze, tredici anni prima, con John Fitzgerald Kennedy, promettente rampollo di una tanto potente quanto discussa famiglia. Una giornata in bianco e nero, come le foto passate alla storia. L’abito candido, che era stato scelto a New York da mia madre Janet, non mi piaceva, non mi donava e non mi faceva sentire a mio agio. Un abito da ballo da fine della scuola, lontano anni luce dal mio stile, quello minimalista e chic che sarebbe diventato famoso e imitato in tutto il mondo. Mio padre, l’amato Black Jack, non aveva potuto accompagnarmi all’altare. La sera prima, dopo che mia madre, sua ex moglie, gli aveva comunicato che non era un ospite gradito fra i 900 invitati al ricevimento nuziale, si era preso una sbronza talmente colossale che aveva dovuto essere ricoverato in ospedale. Lo sposo era reduce dalla sua (non) ultima vacanza da single, nel Sud della Francia, in compagnia con una bellissima bionda, sosia svedese di Grace Kelly; a lei, che lo avrebbe dichiarato poi per avere il suo quarto d’ora di celebrità, era sembrato affranto all’idea di tornare negli States per sposarsi.
Dagli “amici” io ero stata avvisata delle pessime condizioni di salute di quel futuro marito che veniva fotografato e presentato come un campione di vigoria fisica: i gravi problemi alla schiena, il morbo di Addison, la passione per le donne. Nessuno, invece, mi aveva parlato della malattia venerea che probabilmente, per drammatica ironia, sarebbe stata una delle cause delle mie difficili gravidanze. Onta suprema in una famiglia, come quella dei Kennedy, in cui la fecondità femminile era un vanto ma di cui, ovviamente, si dava la colpa a me. Non poteva essere certo lui, così virile, così potente, così in forma la causa, no?
Falso, quell’abito rosa che da quella mattina di Dallas è entrato nella storia, come la nostra esibita serenità che nulla e nessuno poteva scalfire, ma solo sulle pagine dei giornali. Un anno dopo le nozze Jack era stato operato due volte alla schiena, era entrato in coma e gli era stata somministrata l’estrema unzione. Aveva continuato le sue avventure, a volte persino con la complicità di mio padre, ma proprio quel contatto ravvicinato con la morte lo aveva portato più vicino alle ambizioni del suo, di padre, deciso a far sì che uno dei suoi figli diventasse il primo presidente cattolico degli Stati Uniti. Quelle ambizioni, e Joe Kennedy con il peso della sua autorità e del suo patrimonio, avevano evitato il nostro divorzio, che avrebbe gravemente danneggiato la carriera politica di Jack: mio suocero mi aveva offerto un milione di dollari per restare. “E perché non dieci? Valgo così poco?” gli avevo risposto inviperita, quando la notizia era uscita sul Time. Ma ero rimasta. I soldi per me avevano da sempre un fascino irresistibile, paragonabile solo a quello che io avevo sugli uomini. Forse perché mia madre aveva lasciato mio padre, rovinato, per sposare un uomo molto, molto ricco. Ma lo sfarzo in cui ero stata cresciuta non mi era mai appartenuto davvero, come non mi apparteneva ora la ricchezza smisurata dei Kennedy. Come non mi sarebbe appartenuta quella del mio secondo marito, Aristotele Onassis. Certo, avrei vissuto tutta la vita negli agi, ma avrei sempre dovuto fare i conti con il denaro e con l’amore. Conti che, in tutti e due i casi, non erano mai tornati.
Come quando John si era molto molto arrabbiato per quello che avevo speso in vestiti: allora avevo deciso di risparmiare. Ma non certo sugli abiti: ero la First lady, a quel punto, fotografata in ogni mio passo. Un mio cappellino diventava immediatamente un successo, i miei abiti dei classici, persino i miei occhiali e il mio foulard erano imitati da ogni donna nel mondo. C’erano altri modi di limare le spese, e li ho usati. Negli incontri alla Casa Bianca avevo dato ordine che i bicchieri di vino e liquori consumati a metà venissero riempiti di nuovo e rimessi sui vassoi. Ed è impressionante, voi non avete idea della quantità di alcolici che si bevono in quelle serate! E avevo deciso anche di riciclare ai nipotini – i Kennedy sono un clan davvero numeroso – i regali arrivati per Natale da tutta l’America per i nostri figli: quei regali che, altrimenti, sarebbero finiti ai bambini dell’orfanatrofio… Ma dovevo alleggerire i conti di casa per potermi comprare un altro abito, un altro cappellino, un altro paio di scarpe. Mi servivano. D’altra parte lo diceva anche John: “Nessuno guarda come mi vesto io, io sono solo l’uomo che accompagna Jackie”.
Come mi sembravano lontane quelle liti, futili quelle preoccupazioni in quel mattino di Dallas! Dopo la morte di Patrick, il nostro terzo figlio, che aveva resistito solo pochi giorni, John mi era stato vicino come mai prima. Per quello aveva accettato di accompagnarlo in quel giro elettorale in Texas. Elargendo la mia presenza come un dono prezioso: ma, questa volta, accolto con particolare affetto. Poi c’erano stati gli spari. La corsa disperata all’ospedale, mentre io cercavo di raccogliere dal retro dell’auto pezzi della testa di Jack. Poi, solo dolore e paura. Paura per i miei figli, paura per mio cognato Bob, la persona che mi era più vicina dopo Jack, paura che la mia vita fosse finita. Paura di rimanere imprigionata per sempre nel ruolo della vedova di Camelot, una sopravvissuta, sì, ma congelata protagonista di un sogno che, anche quello, in realtà era sempre stato un falso.
Come fuggire? Dove? Con chi? Andando a vivere in un Paese lontano da quell’America che aveva ucciso Jack e i nostri sogni, a rifugiarmi fra le braccia di un uomo che avesse i mezzi per proteggere me e i nostri figli, nascondermi (o esibirmi) in una isola, dentro una montagna di denaro che mi togliesse per sempre la preoccupazione dei soldi. E poi, scendere da quel piedistallo su cui io stessa ero salita, inventandomi la leggenda di Camelot, chiudendomi nei veli neri del lutto come il personaggio di una tragedia greca. Nessuno aveva capito, nemmeno i miei figli, quali fossero le vere ragioni perché io, la donna più famosa e ammirata d’America, avessi potuto accettare di sposare un avventuriero greco, brutto, volgare, che esibiva le donne come trofei. E io ero stata il trofeo supremo di Aristotele Onassis. Ma anche il più fragile. Credevo che lui, che i suoi soldi, potessero proteggermi, potessero garantire la sicurezza ai ragazzi. Non è stato così.
«Dovevo sposare la Callas, Jackie è vuota, fredda, superficiale» aveva detto di me. “Mio padre ama i nomi e Jackie ama i soldi”. Diceva invece suo figlio Alexander, che mi odiava e che, curiosamente, ha avuto un destino simile a quello del mio John John: destini strettamente legati perché proprio Alex gli aveva dato le prime lezioni di volo. La sua morte, in un incidente aereo, a 24 anni, ha portato sua madre al suicidio e suo padre a cedere alla miastenia che lo tormentava da tempo. Sua sorella Cristina ha addirittura incolpato me di averli contagiati con la maledizione dei Kennedy. Ero di nuovo vedova. Sola.
Solo dopo tanti anni sotto i riflettori, sotto esame, sotto critica, avevo finalmente trovato un uomo che, come me, amava il riserbo. E il denaro. Maurice Templesman potente uomo d’affari, che aveva costruito la sua fortuna con il commercio dei diamanti ai livelli più alti di potere – fra presidenti e dittatori – era diventato il mio amico, il mio consigliere, il mio compagno. Aveva moltiplicato i 26 milioni di dollari avuti grazie all’eredità ricevuta da Onassis, malgrado le resistenze e la causa di sua figlia Cristina, fino a far superare i cento; mi era stato accanto a New York, negli ultimi sereni anni prima che sopraggiungesse il tumore che mi avrebbe uccisa, a 64 anni; ma anche negli ultimi difficili mesi e dolorosi giorni.
Sono stata fortunata, infine. Non ho dovuto vedere la tragica fine di mio figlio, morto in un incidente aereo che sembrava la ultima, definitiva prova della maledizione dei Kennedy – ma forse era solo l’ennesima sfida alle previsioni del tempo, alla gamba non ancora guarita, al capriccio della bellissima moglie.
Di e rimane l’abito rosa, il finto Chanel macchiato di sangue e materia cerebrale: è conservato al National Archive in Maryland, in un container in cui l’aria viene cambiata tre volte all’ora per preservare il tessuto. Vi era arrivato con un biglietto anonimo su cui era scritto soltanto “Abito e borsa di Jackie indossati il 22 novembre 1963”. Nel 2003, nove anni dopo la mia morte mia figlia Caroline lo ha donato ufficialmente agli Stati Uniti, a condizione che non venga mostrato al pubblico prima del 2103. Per un intero secolo il tailleur rosa macchiato di sangue riceverà nuova aria a intervalli regolari, nel silenzio e nel buio. Come l’abisso di silenzio e buio dove ero sprofondata in quell’assolato, caldo novembre di 140 anni prima, a Dallas. Altre storie qui:
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