Sono stata osannata come dea a 14 anni, incoronata regina a 18, sovrana d’Egitto per oltre un ventennio e, per qualche tempo, la donna più potente del mondo conosciuto; madre single di un figlio avuto da un uomo sposato, e di tre nati da un grande amore con un bigamo, sono uscita di scena alla grande, a 39 anni. Ma sono indimenticabile. Forse il destino che, potendo, avrei scelto. Che ho scelto. Vivendo decisamente a modo mio. Sono Cleopatra.
Un naso. Sono passata alla storia per un naso, il mio. E non perchè fosse bellissimo o perfetto, anzi. Con tutto quello che sono stata, con tutti gli uomini che ho amato, quelli che ho ucciso, le guerre che ho vinto, quelle che ho perso, gli inganni che ho ordito (beh, sull’ultimo ammetto di avere un po’ esagerato) essere ricordata per un singolo dettaglio del mio viso è una vera e propria beffa.
Credete davvero di conoscermi? Gli artisti, quelli sì, mi hanno capita, lungo i secoli dei secoli. Amen.
Shakespeare mi ha copiata, Handel ha musicato una opera su di me; ma chi può vantare un super kolossal come quello interpretato da Elizabeth Taylor e Richard Burton? E una serie di Netflix? I pittori che mi hanno ritratta, specie nel mio gran finale, non si possono nemmeno contare. Ma gli storici? La Storia, scritta dagli uomini, dai potenti e vincenti, mi ha trattata come un personaggetto da soap opera, anzi, da telenovela in costume, ancorché sontuoso.
Certo io, a confondere le acque, ci ho messo del mio. Con astuzia, arguzia e quella intelligenza che, però, non viene mai registrata come una delle mie caratteristiche. Sempre solo quel naso e quella vipera. Che poi non era nemmeno una vipera. Dopo una vita come la mia avevo deciso di passare alla Storia, quella con la maiuscola, inventandomi una storia, per quanto minuscola, capace di scatenare la fantasia: un suicidio altamente scenografico, realizzato facendomi mordere il morbido, celebrato seno da un serpente.
Peccato però che la faccenda dell’aspide, ricordata da tutti, è solo una mia clamorosa bufala, creata ad arte da, permettetemi di vantarmi, una fantastica comunicatrice. Perché quello con cui alla fine io, la regina d’Egitto, mi diedi la morte fu un mix di cicuta, aconito e oppio: cocktail testato, come una serie di altri veleni, su prigionieri non esattamente consenzienti. Volevo morire, certo, per evitare di finire malissimo una vita gloriosa, ma non sfigurata dal dolore o dagli spasimi. Mi riuscì, a quanto pare. Ma la Storia si prese la sua parziale vendetta: mi consegnò ai posteri immortalata nel gossip di quel gesto, trascurando la grande sovrana che ero stata, e mostrando così di non saper guardare oltre il mio celebrato, anche se pronunciato, nasino…
Ecco, appunto, cerchiamo di rimettere le cose a posto. Cominciando dall’inizio.
Da questa strampalata famiglia in cui sono stata catapultata per caso, per un amore finito male (per mia madre decisamente malissimo) e in cui non avrei dovuto avere nessun ruolo di qualche interesse, posizionata in un angolo morto della linea di successione al trono.
Un po’ di storia: siamo alla metà del primo secolo avanti Cristo. Io sono stata l’ultima regina d’Egitto e la settima a portare quel nome, che significa Gloria del padre. Molto meno famosa la mia sorella minore, Cleopatra VI, morta avvelenata poco dopo essere stata nominata co-reggente da nostro padre, il faraone Tolomeo XII. Il regno d’Egitto era evidentemente un posticino in cui i Borgia sarebbero stati considerati dei giocherelloni, innocui boy-scout. Di me dicono che fossi figlia di una concubina di cui il caro papà si sarebbe sbarazzato, avvelenandola (buon sangue non mente!), tre anni dopo la mia nascita. L’unica altra legittima erede al trono, mia sorella Berenice, venne giustiziata perché aveva tentato di anticipare i tempi, cercando di spodestare papino. Insomma, Tolomeo numero dodici non era esattamente un genitore modello.
E in mezzo a questi deliri di onnipotenza io che cosa ho fatto? Ho studiato, studiato, studiato. L’arma più potente che una donna può avere, allora come ora, è la cultura, la conoscenza degli uomini e dei giochi di potere. Conoscere le lingue, e i linguaggi più diversi, è quello che mi ha aiutato davvero nella vita. Sono riuscita a sopravvivere, anche a vivere alla grande, malgrado tutto e tutti.
Curiosamente, ero l’unica della famiglia a parlare egiziano, insieme a una dozzina di altre lingue e dialetti: una fine intellettuale, abile stratega, donna affascinante. Alla morte di papà (Tolomeo dodici, attente a non perdere il conto) diciottenne sono salita al trono: ma poiché una donna da sola non può regnare, malgrado tutte le qualità di cui sopra, mi sono trovata costretta a sposare, come da tradizione millenaria, mio fratello di dieci anni, Tolomeo. In famiglia, evidentemente, avevamo più fantasia con i veleni che con i nomi. I sostenitori del tredicesimo Tolomeo, però, hanno cercato di eliminarmi e, non riuscendo, mi hanno esiliata. Così ho cercato la protezione del potente Cesare, appena arrivato da Roma. Non potendo incontrare ufficialmente il condottiero, che si è installato ad Alessandria, da cui ero stata cacciata, lo ho fatto con lo stratagemma che mi ha resa famosa: presentarmi nascosta dentro un tappeto stretto attorno al corpo velato da abiti succinti e ornato di gioielli favolosi. Sicuramente l’incontro fra quel potente romano che aveva già superato la soglia dei 50 e me, giovane regina che ne avevo da poco compiuti 21 è di quelli indimenticabili. Il servo che srotola il tappeto in regalo e ne esce, a sorpresa, una bellissima giovane seminuda e scintillante è una immagine che resta indelebile nella fantasia maschile di tutti i tempi. Cesare ne è folgorato.
Ma a fulminare Cesare, cronicamente pieno di debiti, oltre al mio fascino e all’evidente spirito di iniziativa appena dimostrato, è anche il fatto che io, in quel momento, sono la donna più ricca del mondo conosciuto. In più, Cesare non aveva particolarmente apprezzato che mio fratello/marito Tolomeo avesse fatto uccidere il suo rivale Pompeo che, sebbene suo nemico, era pur sempre un romano e da romani avrebbe dovuto essere eliminato. Come sono illogiche le logiche dei condottieri! Il giovane faraone, che sperava di fare buona impressione consegnandogli la testa del rivale, ottiene il risultato opposto. Così dopo il nostro rocambolesco incontro, Cesare decide di appoggiarmi, probabilmente credendomi malleabile donnetta. Sconfigge Tolomeo, che opportunamente si leva di torno annegando nel Nilo durante la fuga, grazie anche a una pesante armatura d’oro che non si voleva levare. Il conquistatore romano, però, non perde tempo ad adeguarsi ai costumi locali e, malgrado siamo diventati amanti, mi mette a fianco un altro fratello, il dodicenne Tolomeo (il quattordicesimo della serie: sulla fantasia per i nomi abbiamo già detto). Poi, dopo avermi messa incinta, se ne torna a Roma. Un destino, quello dell’abbandono in pieno pancione, a cui non sfuggono evidentemente nemmeno le ricchissime e intelligentissime regine.
Dopo un certo numero di trionfi in guerra, Cesare mi chiede di raggiungerlo a Roma con il figlio nato nel frattempo, Cesarione: gasato dalle vittorie, si fa nominare dittatore. Il senato romano non apprezza e il dittatore che vuole farsi adorare come un dio – la colpa di tutto, ovviamente, viene attribuita a me – è assassinato dai suoi. Mi ritrovo madre single e nemmeno vedova: ho perso il mio protettore, ma non mi perdo certo d’animo né perdo tempo! In fretta e furia faccio ritorno in Egitto, dove la mia prima mossa è far avvelenare il fastidioso fratello-marito, Tolomeo quattordicesimo: come co-reggente nomino Cesarione battezzandolo Tolomeo (il quindicesimo).
Ma anche il nuovo condottiero romano, Marco Antonio, un fedelissimo di Cesare che ha appena sconfitto i suoi nemici, ha bisogno del sostegno finanziario della ricchissima regina d’Egitto. Manco a dirlo, anche l’incontro fra noi due è folgorante: conquistatore conquistato, Marco Antonio rinuncia a invadere la Persia e viene a vivere con me, fra gli agi, ad Alessandria. Il primo piccolo cadeau che chiedo al mio nuovo compagno è di far uccidere a Roma la mia sorellastra Arsinoe, che era stata condotta in Italia da Cesare come bottino di guerra. Visto come andavano le cose in famiglia, ho pensato, meglio prevenire. Come ringraziamento scodello al condottiero romano due gemelli, Alessandro Elios e Cleopatra Selene. I calciatori e le dive che chiamano i figli Sole e Luna, come vedete, non ha inventato nulla.
Accecato dall’amore, Marco Antonio mi sposa, malgrado a Roma abbia già una moglie, Ottavia, sorella del potente Ottaviano. Come dono di nozze mi intesta dei territori della Giudea, regno di Erode (il nome vi ricorda qualcosa?). Nel frattempo ci nasce un altro figlio, Tolomeo Filadelfo (se avete perso il conto dei Tolomei, beh, anch’io). Forte di una vittoria sui Parsi, Marco Antonio decide di donare l’Armenia ai due figli maschi, e Cipro a nostra figlia. A Roma non la prendono un gran ché bene. Ma va decisamente peggio quando al senato viene mostrato il testamento di Marco Antonio, in cui lui mi lascerebbe una parte dell’impero romano. Ottaviano dichiara guerra a Marco Antonio e lo sconfigge. Marco Antonio, il mio tanto potente coniuge, si è rivelato un perdente. Quindi, non mi serve più. Come liberarmene? Ottaviano mi fa sapere che, se riesce a eliminare Marco Antonio, beh, se ne può parlare. Ucciderlo, però, non è semplice, non è mica un Tolomeo qualsiasi. Così elaboro un piano quasi perfetto, puntando sul suo amore per me: faccio sapere a Marco Antonio che mi sono suicidata. La speranza è che lui, sapendomi morta, si uccida. Cosa che Marco Antonio fa: o perlomeno, tenta di fare, buttandosi sulla sua spada. (Come vedete anche Shakespeare si è ispirato a me con Giulietta e Romeo). Ma Antonio, ahimé, è solo ferito, sia pure in modo grave, e il suo ultimo desiderio prima di morire è di vedere il cadavere della sua amata sposa che, sorpresa!, è perfettamente in salute. Ma che, per una volta, ha capito troppo tardi la dura realtà: per Ottaviano sarei stata solo un bottino di guerra e, con i miei figli, avrei dato un tocco etnico e colorato al suo trionfo a Roma. Così, dopo aver cercato di coprire la fuga di Cesarione (che viene comunque fatto uccidere da Ottaviano), mi suicido davvero, con il veleno.
Infine, la nota curiosa che vi riguarda tutti proprio nel vostro quotidiano: quando torna a Roma, Ottaviano ha il titolo di Cesare Augusto e, in suo onore, il sesto mese del calendario romano (che iniziava con marzo, in onore del Dio Marte) viene chiamato Augustus. Ma poiché il mese precedentemente dedicato a Giulio Cesare, Julius, luglio, aveva 31 giorni, Ottaviano ottiene che ne abbia 31 anche quello che porta il suo nome. E poi ero io, Cleopatra, l’egocentrica, vero?