Naza, un documentario davvero scioccante
a cura di ELENA MORA
Naza è una sigla, usata dai militari israeliani, il cui significato è Nezek Agavi, ovvero danni collaterali. Civili innocenti, donne, bambini, neonati, uccisi durante gli attacchi alla striscia di Gaza per eliminare i terroristi o i presunti tali, di Hammas. E’ un documentario duro e difficile, questo Naza: una camera fissa, un intervistatore e 24 militari israeliani il cui volto è nascosto nell’ombra. E sono loro, sullo sfondo delle case di Tel Aviv, che raccontano come la guerra diventi un videogame, come la adrenalina di un attacco riuscito porti a cercarne un altro, un altro ancora, e non importa se insieme al terrorista sono stati uccisi i suoi figli, la moglie, un neonato, quella stessa ragazzina che dicendo al telefono “Mamma, torna a casa perché papà è appena arrivato” ha provocato, senza saperlo, il bombardamento che ha distrutto la sua casa e la sua famiglia. A tre anni dalla strage che ha ucciso 1200 civili e militari israeliani le vittime dell’attacco scattato l’8 ottobre sono oltre 75.000. Non è dato sapere quanti di questi erano davvero terroristi, ma è evidente, dalle testimonianze del documentario (sbagliato chiamarlo film) che i Naza, ovvero gli innocenti che hanno perso la vita in questi 36 mesi di attacchi sono la assoluta maggioranza di questi 75.000. In durissimi 80 minuti ci si trova appiccicati allo schienale della poltrona del cinema, quasi sopraffatti da quello che si sente; e ci si identifica con le persone che si intravvedono sullo sfondo, tranquille nelle loro case, davanti alla televisione, con il telecomando in mano o sul balcone a stendere dei panni prima di chiudere la tapparella. Perché le testimonianze, a tratti fredde, a tratti più coinvolte, raccontano di come attraverso i telefoni si entra in tranquilli appartamenti, si ascoltano conversazioni quotidiane, si registrano suoni comuni e notizie importanti, vagiti di neonati e sottofondo di programmi tv; e parole chiave, anche semplici come “papà sta tornando a casa” fanno scattare un attacco che non tiene minimamente conto di quanti innocenti moriranno. Perché questi militari vengono istruiti e addestrati con lo slogan “Nessuno è innocente a Gaza”. Che dire? Naza è da vedere, per toccare con mano, o perlomeno ascoltare, come un essere umano possa perdere ogni sfumatura di umana pietà quando la guerra si trasforma in un videogame e le vittime, che il documentario continua a evocare nel loro quotidiano con le immagine rubate dalle finestre di Tel Aviv, non sono più esseri umani, bambini, donne neonati, ma solo e soltanto danni collaterali, Naza. Numeri. Nemici. Anche se la sola loro voce è un vagito o un messaggio al telefono “Mamma, papà è tornato a casa”. Perché “tornato” è una delle parole chiave nelle registrazioni, perché attraverso un apparentemente innocuo telefonino tutto viene spiato, ascoltato, fotografato: una parola tanto apparentemente innocua quanto pericolosa se si vive a Gaza. L’ombra in cui si nascondono gli intervistati è certamente un modo per proteggersi da eventuali (certe) ritorsioni: ma è anche la metafora del buio della ragione proprio mentre la intelligenza artificiale viene usata, senza alcuna forma di intelligenza emotiva, per uccidere, distruggere, eliminare un intero popolo.
a cura di ELENA MORA