Lui, lei e Parigi: potrebbe sembrare una delle solite commedie sdolcinate, ma questo romanzo, Il cuoco giapponese di Lucia Visonà, edito da Einaudi, non ha davvero niente di banale. Lui è un ragazzo senza arte né parte, approdato a Parigi poco convinto del corso di Legge e la laurea alla Sorbona che è, in realtà, solo il sogno di suo padre. Lei è una curiosa vecchietta dal passato indefinito e dalle bizzarre frequentazioni che sceglie per lui la sua nuova identità: quella del cuoco cinese. Che cinese non è per nulla in una Parigi multietnica e magica in cui lui, infine, diventa cuoco per davvero. Iniziando come lavapiatti, finendo al sontuoso Crillon, ma scegliendo poi alla fine… di non scegliere, di lasciarsi solo vivere. Ed è la città, Parigi, la terza protagonista di questo delizioso libro, quasi il ripieno di una omelette per copiare dal racconto le metafore alimentari: l’aggiunta di sapore e profumo alle uova e alla storia (l’esempio non è usato a caso perché una raffinata omelette è al centro di un intero capitolo, ricerca di ingredienti, fallimenti, successo e fallimento finale). Strade e negozi, quartieri e parchi: Parigi è un luogo ormai diventato quasi un non luogo, uno scenario inciso nella nostra mente da tanti film, documentari, servizi. Il cuoco giapponese però sfiora soltanto la Ville lumiere dei turisti, del Louvre e della iconica tour Eiffel per portarci nelle stradine di Belleville, negli empori profumati di spezie, nelle cucine dei grandi alberghi dove si muovono, in perfetta sincronia, eserciti di cuochi – non a caso il team di chef e suoi-chef è chiamato, con un nome che evoca gli eserciti, brigata. Seguiamo il percorso di vita e di educazione di Hugo, questo il nome del cuoco ma lei lo chiama sempre e solo Cherì, attraverso le esperienze culinarie che Madame Laval, la enigmatica Margot, prima organizza in modo che lui possa assaggiare pietanze di ogni tipo, poi forzandolo con grazia e garbo a cucinare per i suoi amici, sperimentare. Ma, come detto, niente è banale in questo libro per cui non aspettatevi un lieto fine, una eredità che liberi il protagonista dai lacci economici e gli schiuda una vita da sogno; e nemmeno un amore che non sia quello per la sua città e per la cucina. Romanzo perfetto da regalare a una amica, ricco di spunti per un club del libro, per sfangare pomeriggi piovosi e togliere un giorno all’inverno per approdare, infine, alla primavera. “Parigi non è una festa, è un aperitivo, Si beve e si mangia, ma siamo tutti in attesa della portata principale”: un insegnamento del libro che diventa anche un po’ la metafora della vita.
COME INIZIA:
Il cuoco giapponese in realtà non è giapponese, si chiama Hugo e viene da un paesino di seimila abitanti nel cuore della Francia. E’ stata Madame Laval a dargli quel nome.
Lucia Visonà
Il cuoco giapponese
Einaudi
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