22 novembre 1963, Dallas
Fa caldo, troppo caldo e il tailleur rosa è troppo pesante. L’auto va troppo piano. Per fortuna là in fondo c’è una galleria dove sfuggire al sole, almeno per un attimo, e poi sono quasi arrivati a destinazione.
“Jackie, togliti gli occhiali”.
Jack è sempre così attento a tutto, in particolare qui a Dallas, dove devono riconquistare voti preziosi. Le ha raccomandato tanto di salutare alla sua sinistra, mentre lui saluta a destra. Così, lei nemmeno si gira quando c’è uno scoppio, pensa al tubo di scappamento di una moto. Così, lei è l’ultima a vedere il sangue sul suo volto, la sua testa aperta da un secondo proiettile. Così le ultime parole che lei sente da suo marito sono:
“Jackie, togliti gli occhiali”.
Hanno ucciso il presidente. Hanno ucciso suo marito. La sua vita, che si era appena stabilizzata, sta per cambiare. Per sempre cristallizzata in quella immagine. Come la macchia di sangue sul tailleur rosa fragola. Una macchia sulla storia degli Stati Uniti, una macchia su un abito che non era nemmeno un vero Chanel ma una copia della boutique Chez Ninon.
Un falso, come quasi tutta la sua vita.

Come quando John si era molto molto arrabbiato per quello che aveva speso in vestiti: allora lei aveva deciso di risparmiare. Ma non certo sui vestiti… Negli incontri alla Casa Bianca aveva dato ordine che i bicchieri di vino e liquori consumati a metà venissero riempiti di nuovo e rimessi sui vassoi. E’ impressionante la quantità di alcolici che si bevono in quelle serate! E aveva deciso anche di riciclare ai nipotini tutti i regali arrivati per Natale da tutta l’America per i suoi figli: quei regali che, altrimenti, sarebbero finiti ai bambini dell’orfanatrofio… ma doveva alleggerire i conti di casa per potersi comprare un altro abito, un altro cappellino, un altro paio di scarpe. Le servivano. D’altra parte lo diceva anche John: “Nessuno guarda come mi vesto, io sono l’uomo che accompagna Jackie”.
Come fuggire? Dove? Con chi? Andando a vivere in un Paese lontano da quell’America che aveva ucciso Jack e i loro sogni, a rifugiarsi fra le braccia di un uomo che potesse proteggere lei e i loro figli, nascondersi (o esibirsi) dentro una montagna di denaro che le togliesse per sempre la preoccupazione dei soldi. E poi, scendere da quel piedistallo su cui lei stessa era salita, inventandosi la leggenda di Camelot, chiudendosi nei veli neri del lutto come il personaggio di una tragedia greca. Nessuno aveva capito che quelle erano le vere ragioni perché lei, la donna più famosa e ammirata d’America, avesse accettato di sposare un avventuriero greco, brutto, volgare, che esibiva le donne come trofei. E lei era stata il trofeo supremo di Aristotele Onassis. Ma anche il più fragile.
L’abito rosa, il finto Chanel macchiato di sangue e materia cerebrale, è conservato al National Archive in Maryland, in un container in cui l’aria viene cambiata tre volte all’ora per conservare al meglio il tessuto: vi era arrivato con un biglietto anonimo su cui era scritto soltanto “Abito e borsa di Jackie indossati il 22 novembre 1963”. Nel 2003, nove anni dopo la morte della madre, Caroline Kennedy lo ha donato ufficialmente agli Stati Uniti, a condizione che non venga mostrato al pubblico prima del 2103. Per un secolo il tailleur rosa macchiato di sangue riceverà nuova aria a intervalli regolari, nel silenzio e nel buio. Come l’abisso di silenzio e buio dove la bellissima Jackie era sprofondata in quell’assolato novembre di 140 anni prima, a Dallas.




