La zona di interesse: cinque cose da sapere sul film che ha vinto l’Oscar

La zona di interesse, il film che ha “rubato” l’Oscar al nostro Io capitano, è un film davvero particolare. Duro. Cerebrale. Difficile. Un pugno nello stomaco. Quasi faticoso e disturbante, ma… Ma fa pensare, per giorni e giorni. Fa discutere. E vi confesso che quasi quasi accompagno un’amica a vederlo una seconda volta per scoprire che cos’altro nasconde. Intanto, ecco quello che nel frattempo ho scoperto.

  1. LA TRAMA

Siamo nel 1943, nella Polonia occupata dai nazisti. Rudolf Hoess è il comandante del campo di concentramento di Auschwitz ma vive con la moglie Hedvig e i loro cinque figli in una casa a bordo del campo. Una villa e una vita di assoluta perfezione, fra i fiori del giardino, il cibo abbondante, i giochi dei bimbi, compresa una lussuosa piscina, gli aiuti in casa, e gli oggetti recuperati dal Kanada. Ovvero il magazzino dove vengono stipati abiti gioielli e oggetti personali degli ebrei rinchiusi lì accanto. Del campo così vicino, proprio dietro l’alto muro, si sentono soltanto i rumori: grida, spari, ordini urlati. E si vede soltanto alzarsi nel cielo il fumo rosso dei camini.

2) IERI O OGGI?

“Non è un film sul passato” ha dichiarato il regista, Jonathan Frazer. “E’ un film sull’oggi. Sui carnefici di oggi, non sui carnefici del passato. Sulla capacità di essere violenti degli uomini”. In effetti la cecità della moglie, che cerca di mantenere intatta la sua perfetta vita ai limiti degli orrori del campo è parecchio la nostra cecità, focalizzati sulla nostra vita quotidiana, sul mantenerla serena, malgrado attorno a noi un mondo di disumanità e follia stia creando nuove guerre, nuovi genocidi.

3) LA BAMBINA

Nel film compare, a tratti, nel bianco e nero sfocato di una termocamera, una ragazzina che nasconde mele per i prigionieri affamati. Di difficile decifrazione davvero: ma il regista ha spiegato che si tratta di un personaggio vero, una ragazzina polacca che cercava di aiutare le vittime: Alexandria, incontrata dal regista e morta a 90 anni poco dopo; la bicicletta e gli abiti usati dalla attrice nel film appartenevano a lei. Le riprese con la termopcamera (mia interpretazione) possono essere il simbolo dell’unico calore umano presente nel film.

4) LA FUGA DELLA NONNA

Nella villa arriva ad un certo punto la nonna, la madre di Hedvig : ma dopo pochi giorni fugge via, senza dire nulla a nessuno. Non spaventata dall’orrore, spiega il regista, ma solo dalla prossimità del male.

5) LA MUSICA

La pellicola ha vinto anche un Oscar per le musiche, difficili e dure come tutto il film; forti e choccanti sui primi, infiniti minuti di nero, sporcate di rumore poi. L’invadente suono di un motorino è mediato dalla storia vera: il comandante del campo chiedeva di tenere acceso il piccolo motore per cercare di coprire almeno in parte i rumori del campo.