La traviata (raccontata a modo mio e di Neliana)

Ieri ho visto e sentito La traviata con la regia di Sofia Coppola e i costumi di Valentino: elegante, sensuale, di grande effetto. Ma proprio sulla triste storia di Violetta Valery io e Neliana Tersigni abbiamo firmato una trasmissione radiofonica per Rai Radio Classica, cercando di capire e rileggere, da donne di oggi, le eroine della lirica di ieri. Ed ecco la Traviata versione Eli&Neli 😉

SEMPRE LIBERA DEGG’IO FOLLEGGIARE DI GIOIA IN GIOIA
canta Violetta all’inizio. Libere? Certo, come no!
Le eroine dell’opera sono libere, anzi liberissime di scegliere come morire. Consumate dalla tisi, infilzandosi con una spada dietro un paravento, buttandosi da Castel Sant’Angelo, chiudendosi vive in una tomba per condividere la sorte dell’amato. Ma l’opera è stata, ed è ancora una forma popolarissima e nello stesso tempo raffinata di cultura: vogliamo provare a vedere quanto ha influenzato, nel bene e nel male, le menti femminili e maschili? E come possono essere rilette, oggi, le storie delle Violette e delle Norme, delle madame Butterfly in perenne attesa di quel fil di fumo che non arriva mai? La struggente storia della sfortunata Violetta Valery della Traviata. Inizia, ovviamente, con la Ouverture. Un pezzo che, sicuramente, a molte fra le signore sembrerà in qualche modo di riconoscere. Come mai? Semplice. I violini rimandano all’Amami Alfredo dell’opera usato come colonna sonora del finale, ben più lieto, della favola cinematografica di un’altra famosissima prostituta: Pretty Woman.

L’inizio dell’opera è promettente. La musica, come in molte parti di questo capolavoro di Verdi, invita a ballare. Siamo nella gaudente Parigi del millesettecento, ed è in corso una festa molto glamour e ben frequentata da conti e baroni e donne… beh, le donne sono bellissime, eleganti e sembrano decise a godersi la vita in allegra compagnia, dove la beltà si intreccia al diletto. Allegra la compagnia, allegre loro. Ma se l’aggettivo allegro si accompagna al sostantivo uomo indica solo un signore contento, mentre quando si accompagna al sostantivo donna, particolarmente se diminutivo, abbiamo delle donne, anzi, donnine, allegre. Ovvero libere. Ovvero di facili costumi. Così, abbiamo chiarito il concetto. Violetta, la donnina allegra ma non troppo, accoglie gli ospiti, fra cui un marchese, un barone e questo Alfredo che, la avvisa un amico, si è sempre informato della sua salute in un periodo in cui lei non stava bene. Tutti chiedono un brindisi, ma alla fine tocca ad Alfredo che, impavido innamorato, si lancerà.

Si tratta sicuramente del brindisi più famoso della storia della intera musica, operistica e non. Un valzer travolgente che, non a caso, e con assoluto sprezzo del triste finale dell’opera, viene suonato in tutti i concerti di capodanno. Un valzer scandaloso: perché all’epoca veniva considerata una danza procace e lussuriosa. Perfetta quindi per una festa tenuta da una cortigiana.

Lo sanno tutti, anche quelli che non hanno mai visto il melodramma: Violetta Valery, detta La Traviata, non era esattamente una brava ragazza. Era belloccia e in tutte le epoche – non solo quel XVIII secolo in cui era nata – essere belloccia ha i suoi vantaggi. Inoltre la ragazza, a cui piacevano le feste e i divertimenti, aveva scoperto che – scegliendo quello giusto – poteva vivere da mantenuta di un uomo che non era e non sarebbe mai diventato suo marito. Sorte anche nei decenni futuri di tante donne che, nei casi più fortunati, porta a carriere brillanti. Ma ai suoi tempi, Violetta era bollata come “cortigiana”, un termine dalle nobili origini ma che equivaleva allora a prostituta. Uno si potrebbe anche chiedere se lo stesso appellativo non potesse riguardare, nella stessa epoca, fanciulle borghesi o aristocratiche, date in spose a sconosciuti dalle famiglie, desiderose di garantire loro il dovuto e decoroso mantenimento.
Ma a nemmeno un minuto dall’allegro brindisi, la nostra eroina comincia a tossire e sporcare di sangue un fazzoletto che prontamente nasconde. E ad Alfredo, ignaro come spesso i protagonisti per tragica ironia, sembra il momento perfetto per farle una dichiarazione d’amore: lui solo la ama, e da un anno.

La povera Violetta, che vede la sua allegria esistenziale minacciata dal mal sottile, al secolo la tubercolosi, vuole vivere al meglio quello che le resta. Sa che il suo destino – scritto sulla carta prima dal francese Dumas e poi da un librettista, Francesco Maria Piave, ex seminarista e comunque uomo – deve portare alla giusta punizione per il suo essere “cortigiana”. Quindi, giustamente, folleggia di gioia in gioia. Ma, fulmine che capita sulla testa soprattutto delle donne, arriva Alfredo e l’amore. Un sentimento mai provato prima, anche se lo spettatore non può fare a meno di chiedersi come una possa rincitrullirsi completamente per un uomo, il tenore, in genere abbondantemente sovrappeso e non più ventenne. Ma tant’è, nelle opere come nella vita, l’amore è cieco.

Così, il primo atto si conclude con la nostra eroina divisa fra la sua decisione di godersi la vita in ogni istante in quel “popoloso deserto che chiamano Parigi”. E l’alletante sogno, che lei stessa giudica una follia, di un grande, primo amore innocente. Questo grande amore che è palpito dell’universo intero. Misterioso e austero, croce e delizia al cuore. Che sarà di lei?

ATTO SECONDO

E siamo al secondo atto. Quando il sipario si rialza, misterioso che sia l’amore, dall’estate si è fatto inverno e Violetta e Alfredo da tre mesi vivono nella gloria della campagna il loro idillio. Qui, lei dimentica completamente le esperienze precedenti e lui dimentica che non l’ha trovata esattamente vergine (fattore importante al tempo ma, ricordiamolo, anche fino a pochi decenni fa). Alfredo le è grato di aver rinunciato per lui agli agi, agli adoratori, alla bella vita della città ed è al settimo cielo. Lei, dice, tutto ha lasciato per lui e lui al soffio d’amor rigenerato ha scordato tutto il passato. Solo quello di lei, ovviamente. E solo per ora, come vedremo.

Il solo sorriso di Violetta ha placato i bollenti spiriti di Alfredo. Accecato d’amore lui vive immemore dell’universo. Ma anche la vita bucolica ahimé ha un costo. Costo che, come il nostro innamorato eroe scopre con disappunto, sin qui ha pagato tutto la nostra Violetta. In denaro sonante, vendendo tutto ciò che aveva. Così, Alfredo si affretta a tornare in città per sistemare le cose. E cominciamo a conoscere il suo carattere fumantino. Invece di ringraziare Violetta e scusarsi della sua diciamo così amorosa distrazione si infuria. “O mio rimorso infamia! Quest’onta laverò!” E parte in segreto per Parigi.

Alfredo è deciso a lavare l’onta di aver lasciato che lei pagasse tutto. Onta che, spesso, molti uomini non si preoccupano di lavare nè prima nè dopo. La nostra Violetta, all’oscuro del viaggio di lui, riceve l’invito a una festa come nei tempi andati, ma è ben decisa a rifiutare. E proprio in quel mentre…a rovinare la magica, bucolica atmosfera arriva la nemesi, nella figura del signor Germont, padre dell’innamorato, che la trova molto opportunamente sola. Prima la accusa di dilapidare denaro in tanto lusso, di mirare al patrimonio che Alfredo le vorrebbe intestare.

Violetta dimostra a papa Germont, con tanto di documenti – ma perché una donna deve sempre dimostrare tutto? – che finora il loro idillio è stato tutto a sue spese, e che lei stessa vuole lasciare tutto ciò che ha a suo figlio. Lui, allora, cambia registro e decide di metterla sul sentimentale. Spiega alla povera e inconsapevole, ma ormai molto preoccupata Violetta, di avere una figlia “pura siccome un angelo”, lasciata però dal fidanzato, accuratamente selezionato dalla famiglia, perché il fratello dell’angelo sta con una ex prostituta.

Ora uno si immaginerebbe che la nostra Violetta, cortigiana e felicemente inamorata, fosse scafata al punto da dire al signor Germont che la cognata rimanga pura e che un fidanzato così è meglio perderlo che trovarlo. Violetta invece, chiede – illusa! – che la giovine bella e pura venga informata del suo sacrificio per lei. Ma il suocero impone pure che il suo sacrificio sia sconosciuto: dovrà lasciare Alfredo dichiarandogli di non amarlo più. Mentre un dubbio penetra maligno nella mente di chi assiste sul fatto che il povero Alfredo, che viene tenuto così accuratamente all’oscuro di questo patto, sia stato avvisato di una malattia non proprio immune dal contagio, si assiste inermi alla caduta libera della cortigiana che accetta il sacrificio di allontanarsi, senza spiegazioni, dall’amato. (Diciamoci la verità, un sacrificio relativo, visto che non le rimane che tornare a folleggiare di gioia in gioia). Il gentiluomo non si lascia toccare dalla notizia della sua prossima dipartita ma lancia una stoccata dopo l’altra al povero cuore di Violetta. Che tenta invano di intenerirlo. Confessandogli di essere sola al mondo, e gravemente malata.

In un crescendo tragico, Papà germont non si ferma davanti a nulla per convincere Violetta. Gli uomini , insinua, sono volubili, e che ne sa di lei quando lui sarà stanco e annoiato? Senza i nodi benedetti del matrimonio, dice, perché dovrebbe restare con lei? Come se i nodi benedetti avessero assicurato mai una unione nei secoli dei secoli… Ma qui si gioca il tutto per tutto, e l’assurdo destino della nostra eroina: l’unico modo per essere accettata nel mondo di Alfredo, è quello di uscirne di sua propria volontà.

In ogni caso, la nostra cortigiana inamorata accetta di sacrificarsi. E senza alcun pudore, dopo averle rovinato la vita, il suocero le augura “Siate felice”.

Così, nel duetto, si celebra il solito dualismo: una donna può essere o cortigiana o giglio; la terza via è quella di trasformare una cortigiana in un giglio, anzi in una camelia dalle corolle di breve vita, grazie al sacrificio d’amore. Che deve restare, però assolutamente un segreto fra i due. Così, Violetta si prepara a tornare alla vita precedente, accettando l’invito dell’amica a quello che oggi definiremmo un party piuttosto animato. Non prima di aver cercato aiuto in cielo.

Quando Alfredo torna la trova intenta a scrivere quella che lui non sa essere la lettera d’addio. Ma è talmente preso dall’annuncio dell’arrivo del padre che non lo insospettiscono le sue lacrime, anzi, è un po’ geloso un po’ lusingato dalla sua richiesta di conferma d’amore…Amami alfredo

E qui, come non ricordare la commozione di Julia Roberts, bella protagonista di Pretty Woman portata dal suo pigmalione ad assistere alla Traviata? L’amami Alfredo viene ripreso nella scena finale, nel lietissimo fine del film, con la prostituta redenta e il trionfo dell’amore. Anche se la voce fuori campo dice Questo è Hollywood, continuate a sognare!. Questa è la lirica, invece, e il lieto fine non è concesso. Così Violetta se ne va, fugge da lui senza dire niente ad Alfredo. In un gioco di scatole di bugie, lui crede sia andata a sistemare i conti che lui ha già appianato, e quindi è totalmente ignaro quando gli arriva la misteriosa lettera d’addio. Ma c’è il padre pronto a consolarlo e imporgli di asciugare il pianto e tornare di suo padre “orgoglio e vanto”.

Anche con Alfredo il padre mette in campo tutto il suo potere di persuasione. Invano però lo invita a tornare a casa: quando Alfredo vede l’invito di Flora, che Violetta era ben decisa a rifiutare, di infuria e decide di presentarsi a cercare vendetta per essere stato lasciato. Così ci troviamo di nuovo a una festa, allegra come mai, con tanto di zingarelle che leggono la mano agli invitati, e toreri che si vantano di conquiste femminili, dove si spettegola sull’improvvisa rottura fra Alfredo e Violetta e dove la nostra eroina, veramente eroica, si presenta già al braccio di un nuovo cavaliere, un gelosissimo barone.

Così, ritroviamo Violetta di nuovo in mezzo a canti e balli, anche se, di nuovo, non in ottima forma. E qui si consuma il dramma della gelosia fra il barone, che impone a lei di non rivolgere neppure una parola all’ex, e un Alfredo scatenato e fortunato al gioco; fortuna che, come si sa, arride solo a chi è sfortunato in amore.

opo che i due uomini si sono sfidati, i due innamorati si affrontano; lei teme per la sua vita nel duello, lui le chiede di fuggire insieme. Lei non può, lo ha promesso a suo padre. Così, mentendo, dice di amare il barone. Lei soffre molto e invoca “Gran Dio, pietà di me”, mentre lui, vinta una sommetta, la getta su di lei, urlando sdegnato “Testimoni mi siete, questa donna pagata io l’ho”.

Non è chiaro se qualcuno dei gaudenti o la stessa Violetta raccolgano i soldi. Sta di fatto che – travolti anche dalle meravigliose note verdiane – ci cominciano a spuntare le prime lacrime. Fino a che torna in scena papà Germont. Che dopo aver distrutto la vita di Violetta si presenta come il grande vendicatore, rimproverando al figlio di averla umiliata. Comportamento indegno di un gentiluomo. Mentre il suo, invece…

Voce: Così, fra il borioso e noioso papa Germont e un Alfredo infine pentito di averla insultata davanti a tutti, Violetta ancora spera per lui, pensa a lui, sogna il giorno in cui tutto si chiarirà. E mentre prega Dio di salvarle il suo amato dai rimorsi cala il sipario sul secondo atto.

TERZO ATTO

E arriviamo al terzo e ultimo atto. Solo sul letto di morte di Violetta gli equivoci si chiariranno. Una lettera di papà Germont la avvisa che dal duello, che ha affrontato per lei, Alfredo è uscito vincitore. Lui stesso gli ha svelato l’intrigo con cui li ha separati e, sempre spudorato, le dice che che sì, lei avrebbe meritato un destino migliore. E le annuncia una visita di Alfredo ma che, non tema, anche lui verrà a trovarla. Anche se non si capisce perché lei dovrebbe essere contenta di rivederlo… La nostra Violetta oscilla fra speranza e disperazione: ma, concreta come sempre dal punto di vista economico, dà alla domestica gran parte dei suoi ultimi soldi. E mentre i canti di carnevale risuonano nelle strade, lei rimane sola con i suoi ricordi.

Ma, giusto in tempo per concedere alla povera malata l’ultima illusione, arriva Alfredo. Parigi o cara noi lasceremo la  vita uniti trascorreremo …

Noi sappiamo che di futuro lei non ne ha nessuno, mentre lui troverà una ragazza pura siccome un angelo da sposare e con cui avere una nidiata di bambini. Dopo un ultimo confronto, in un momento decisamente poco opportuno, padre e figlio si disperano mentre lei agonizza.

E siamo al gran finale: lei gli dona un ritratto e gli promette di proteggerlo dal cielo. Qui alla Julia roberts di Pretty woman si attorcigliano le budelle e le lacrime scorrono sul suo bel viso.

ull’ultimo respiro di Violetta cala il sipario: ma tant’è così andavano le cose nei secoli scorsi, nei romanzi e nei melodrammi che, come dice la parola stessa, non potevano avere un fine meno che cupamente drammatico.