Il miele di Parigi: in regalo un racconto dolcissimo da leggere con i nipotini

Mister Bizz, proprietario del prestigioso El calabron, stava seduto alla cassa del suo ristorante con aria seria ma soddisfatta. Il locale era ancora chiuso e lui amava molto quel momento, quando i tavoli erano ancora tutti perfettamente in ordine scintillanti di argenti e cristalli, e dalla cucina veniva il ronzio affaccendato delle sue cuoche, intente a preparare le sontuose ricette per cui era diventato famoso in tutto il mondo.
Ricette raffinate creative, tutte a base di miele.

No, non miele qualsiasi: ogni piatto era stato creato per valorizzare al meglio il sapore di quei mieli unici; quello di lavanda della Provenza, quello al limone della Sicilia… Ogni ricetta era come una musica, un’armonia perfetta di sapori profumi e, non ultimo, di presentazione. I piatti erano decorati con petali di fiori, erbe speciali, importati dal loro paese d’origine grazie a speciali camion frigoriferi. Certo, penso sorridente tra se e se, per questo c’era gente disposta a pagare ben salati i suoi dolcissimi i piatti.
Le sue riflessioni vennero interrotte dal rumore di un trapano proprio nel locale accanto al suo.
Mannaggia, mannaggela, mannaggiuffa, si era liberato un piccolo negozio, ma che gli avrebbe permesso di allargare di quattro tavoli suo locale; ma per fare l’affare non aveva fatto subito una proposta, anzi, aveva rifiutato con sdegno quella del proprietario di venderlo o affittargli il negozietto. Finiti i suoi appunti, controllata la posta sul computer, terminato di ordinare in tutto il mondo i suoi preziosissimi ingredienti, mister Bizz si permise infine il lusso di cacciare la testa fuori dalla porta per controllare che cosa stesse accadendo proprio di fianco al suo ristorante.
Guardò prima a destra, per non dare nell’occhio, poi a sinistra.
Con suo grande stupore vide che un operaio stava montando un’insegna. La scritta non si vedeva bene mentre due allegre spine operose stavano lavando i vetri del minuscolo negozietto. IL e GI erano le prime e le ultime lettere dell’insegna dipinta a mano, in bianco, su un pezzo di legno grezzo. IL è GI: di che cosa poteva trattarsi?
Di chiedere direttamente neanche a parlarne.

Doveva trovare una soluzione diversa.

L’idea gli si accese nella testa come una lampadina.
Erano le 11:30 passate, l’ora ideale per uno spuntino.

Entrò in cucina e si fece passare un vassoio – piccolo mi raccomando disse – delle sue lievi ed eteree tartine.
Pan carré arrivato da un panettiere speciale alle porte di Parigi, bocconcini di formaggi bianchi sardi su un letto sottile di miele di castagno del Piemonte.  Tenendo il vassoietto fra le mani come un prezioso calice si presentò i suoi nuovi vicini gonfio di finta modestia.
“Buongiorno sono mister Bizz, il proprietario del ristorante qui accanto, El Calabron…”

disse attendendo l’effetto che le sue parole avrebbero avuto sulle modeste apine lavoratrici.
“Ma grazie che gentile!”

e con un sorriso di divorarono le sue tartine in un boccone .

“Buone”, gli dissero.

Buone, solo buone le tartine milionarie di El Calabron? stava per sbottare di giustissima secondo lui rabbia quando la sua attenzione venne attirata dall’insegna finalmente a posto: IL MIELE DI PARIGI diceva la scritta a chiare lettere  – ma in fin dei conti era una scritta in bianco.

Mr. Bizz dovrette trattenersi a stento dallo sganasciarsi dalle risate. Lui che era un esperto di mieli rari di tutto il mondo non aveva mai saputo dell’esistenza di un miele con quel nome. Non che volesse abbassarsi a parlare con delle normali api operaie, che per di più definivano solo buone le sue tartine, ma la curiosità unita al divertimento fu più forte di lui.
“E che cosa vendete di grazia, sotto il nome di miele di Parigi?”
“Miele…” rispose sorridendo una spina con la bocca ancora piena di tartine.

”…di Parigi” precisò  la sua collega che nel frattempo aveva vuotato la bocca e si stava pulendo con un tovagliolo di lino bianco liscio liscio, niente a che vedere con le preziose Fiandre rifinite di pizzo delle sue tavole.
Comunque era tempo di battere in ritirata senza familiarizzare troppo e interrogare i suoi collaboratori su questo misterioso miele.
Mr. Bizz era davvero furibondo; stava facendo una delle bizze che gli erano valse il suo cognome. Sbatteva le ali qua e là picchiettando con tutte le sue sei zampette, non riuscendo a credere alle proprie orecchie.
Ma accidenti doveva fare proprio tutto lui?

Sapere tutto lui in questo posto?

Che lui non avesse mai sentito parlare del miele di Parigi, vabbè, ma che nessuno dei suoi esperti ne avesse mai avuto la minima conoscenza, questo proprio non lo poteva sopportare.
Di chiedere alle sue vicine, nemmeno a parlarne… Che fare?


La soluzione venne da Maya, una apina  da poco arrivata dalla campagna, assunta in cucina da qualche settimana, che ingenuamente confessò di essere seconda cugina per parte di madre di una delle socie del negozio accanto. Si offrì di andare a salutare la lontana parente e indagare. Si tolse il candido grembiulone e si avviò.
Intanto però cominciarono ad arrivare i clienti e Mr. Bizz non ebbe più tempo di pensare a un miele qualunque, ma solo a quello dei suoi raffinati intingoli da raccomandare ai suoi coccolatissimi ospiti.
Bene, se ne era uscito anche l’ultimo cliente, anche oggi era andata.
Tutti erano rimasti soddisfatti, estasiati dai delicati sapori, dai profumi, dalle colorate e raffinate presentazioni. Magari anche un po’ affamati, perché no? In fin dei conti i suoi erano assaggi di classe, mini porzioni: più che cibo, idee…

Chiuse la serratura di sicurezza a quattro mandate, gli ingredienti e le ricette del suo ristorante erano più preziosi dell’oro e, tutto preso dalla sua tranquilla contentezza, quasi si scontrò con la fila che si era ordinatamente formata nel negozio accanto. Parbleu! Fila? Per entrare in quel buchetto? Logico, era così piccolo… Ma così tanta gente voleva acquistare quel -come si chiamava – miele di Parigi?

“Bonjour mister Bizz” lo salutò gentile una delle commesse che stava organizzando la fila con un lungo cordone arancio.

“Bonjour mister Bizz” le fece eco la spina… ma che stava succedendo ?!?stava servendo anche lei.

“Le abbiamo rubato la collaboratrice, non sarà mica arrabbiato?”chiese una delle apine.

Arrabbiato? no niente affatto: furibondo, furioso, pronto a spaccare tutto pensò fra sé e sé, ma con un sorriso 102 denti rispose “arrabbiato io, per così poco?Ma visto che mi avete tolto qualcosa datemi anche qualcosa: potrei assaggiare questo vostro miele squisito?”

“Certo, disse una delle commesse, ma deve mettersi in fila, come tutti gli altri. Qui non si fanno differenze, in nessun caso , per nessuno”.

In fila? Lui, mister Bizz? Inf fila come un comune e qualsiasi mortale calabrone? Ma queste apine dovevano essere completamente matte per immaginare che lui, Mr. Bizz, il cuoco più famoso del mondo, facesse anche un solo secondo di coda per assaggiare… che cosa? Un miele qualsiasi di cui nessuno aveva mai sentito parlare?

“Grazie, ma devo scappare ora”, sibilo’ avviandosi a grandi passi verso casa.

Il mattino dopo, di buon ora, mister Bizz si presentò come al solito al suo ristorante per preparare il menù del giorno insieme al suo chef sulla base degli ingredienti arrivati da ogni angolo del pianeta.

Oggi avrebbe dovuto ricevere una preziosissima partita di oro, oro vero, da spargere su risotto giallo da servire con il miele di lavanda. Tre grani di riso, il miele profumato, e tocco d’artista una sottilissima lamina d’oro: giallo su giallo con una cascata di fiorellini di lavanda a lato. E piccoli frutti, rigorosamente fuori stagione, da posizionare sui pancake dorati di miele esotico.

Gia vedeva il suo piatto, un vero capolavoro, con gli occhi della fantasia… Ma gli occhi inquadrarono invece, piuttosto perplessi una lunghissima coda che si snodava per tutta la strada di El calabron.
Impossibile che fossero suoi clienti: la sua clientela raffinata ed esclusiva era composta al massimo da qualche decina di persone.

A lunghe falcate arrivò alla porta, superando famiglie in attesa, giovani con una capelli a truciolo, lo zaino in spalla, ragazze sorridenti dalle lunghe gonne a fiori ma anche manager e signore elegantissime in equilibrio precario sui loro tacchi.
Che cosa stava mai succedendo?

Entrò  furibondo nel locale. Il primo lavapiatti che gli venne incontro fece le spese della sua furia: venne redarguito sgridato, multato, per …beh non si sa per che cosa ma a chi importava di un cameriere?

Infine, spedì il ragazzino tremante in missione speciale: doveva riuscire ad acquistare, in più fretta possibile, un vasetto del misterioso miele di Parigi.

Finalmente avrebbe saputo.

Attese febbrilmente, rifacendo i conti, riscrivendo il menu, contando ericontando le preziose posate, lucidando i già scintillanti bicchieri di cristallo.

Attese, camminando a grandi passi, controllando la porta. E, infine, il ragazzo torno’ trionfante con il fiatone e un semplicissimo vasetto di vetro con una scritta etichetta scritta a mano.

Miele di Parigi.
contenuto: miele al 100%.
prodotto: a Parigi.

gli venne quasi da ridere.

Smise  di ridere quando, aperto con furia il barattolo e agguantato uno dei suoi cucchiaini d’argento, si portò alla bocca, a dire il vero assolutamente perplesso, una punta di quel banalissimo, insulso, insapore… straordinario miele di Parigi.

Il contenuto dorato del vasetto era un fuoco d’artificio di profumi, di sapori, di ricordi che mister Bizz aveva chiuso nella sua mente tanti anni prima. Le mele distese sul solaio d’inverno; il granoturco appeso al soffitto dei balconi; le prime fragole, piccole, nel bosco; un acino d’uva scoppiato per l’acqua ma pieno di dolcezza; fichi, mandorle, i biscotti della nonna, spezie che non riusciva nemmeno a riconoscere al primo colpo. Come era possibile che in una punta di cucchiaino ci fossero tanti straordinari sapori?

Chiuse la bocca e riapri’ gli occhi. Meraviglia: era di nuovo nel suo ristorante, ma quasi quasi gli sembrava di essere tornato da un lungo lungo viaggio.
Sorrise. E mentre sui muscoli, disabituati da tempo alla posizione del sorriso, mandavano al cervello un messaggio di allarme (che accade che accade perché sorridiamo?). E le celluline grigio del suo cervello rispondevano con il ricordo delle meravigliose sensazioni appena gustate, vide chiaramente la paura sulla faccia del ragazzo davanti a lui. Terrorizzato.
Infatti, chi aveva mai visto mister Bizz sorridere? Un controsenso, un evento illogico, un evento talmente inspiegabile che diventava quasi incomprensibile. Ecco che cosa era Mr. Bizz sorridente. Cercò di tornare serio. Ma quelle celluline grigie ancora felici per quel meraviglioso sapore gli impedivano di riprendere il ghigno consueto.

Quello che videro le apine operose di il miele di Parigi fu mister Bizz che porgeva un vassoio delle sue con squisite tartine con un braccio coperto da un tovagliolo di fiandra e l’altro, da vero cameriere, dietro la schiena. Quello che non videro, fino a che fu troppo tardi, fu il grosso e nodoso bastone che Mr. Big nascondeva dietro la schiena e con il quale minacciò di spaccare tutti i preziosi vasetti del miele di Parigi se loro non avessero rivelato la ricetta segreta.

“Non  c’è nessun segreto mister Bizz” rispose una apina per niente spaventata dalla minaccia.

“Ma tutte le persone che vengono a vivere a Parigi da tutto il mondo vogliono tenere con sé un pochino del profumo del sapore di casa, piantano sul balcone, sul davanzale, nel giardino, i semi delle piante profumate dei fiori colorati che amano di più. Noi apine andiamo a raccogliere il polline di tutti questi fiori, nessuno escluso: ma è come se facessimo il giro del mondo in centinaia centinaia di corolle. Il risultato è che ciascuno trova, dentro il nostro miele, il sapore il profumo di casa sua, delle cose che ama di più. Non c’è nessun segreto. Nessun mistero.
Solo il polline di un enorme, profumato mazzo di fiori di tutto il mondo.

P.S. E sapete una cosa bellissima? Il miele di parigi esiste davvero si chiama miele asfalto, in francese Miel Beton, ed è prodotto da una associazione che si chiama Partito poetico che vuole coltivare il cielo. Ma vuole anche coltivare l’amicizia fra i popoli e ribadire che la diversità è sempre una risorsa