Ieri sera, come da consigli astronomici, sono uscita sul balcone ad ammirare la luna rosa: bellissima, in realtà del suo colore abituale , ma decisamente più luminosa del solito. Alta nel cielo, sembrava addirittura lanciarci uno sguardo di sfida, o di compatimento, ma forse lo ho immaginato solo io, influenzata dagli articoli dei giornali che magnificavano la partenza di una nuova missione lunare; a bordo astronauti di ogni nazionalità, genere e colore, in nome dell’inclusione, per la prima volta una donna vola verso la luna, accanto a lei un uomo di colore e un astronauta non americano (canadese per la precisione); pronti ad allontanarsi dalla terra come nessun essere umano prima di loro. Ma la partenza è stata danneggiata da un imprevisto molto, molto umano, che ha rischiato di bloccare i dieci giorni di missione dei quattro superspecialisti: c’è stato un problema, Ai motori? No. Alle persone? indirettamente. Alla struttura? Beh, in qualche modo. Infatti sulla navicella spaziale si è rotto… il water. Piccolo grattacapo sulla terra, basta chiamare un idraulico e investire una cifra: ma nello spazio, con quattro persone chiuse in uno spazio angusto per oltre una settimana, la faccenda (spoiler: subito risolta) era seria. Mi ha fatto sorridere e riflettere che dopo anni di addestramento e preparazione, dopo investimenti da sfamare intere popolazioni per anni, un piccolo, insignificante problema ha rischiato di mandare tutto in vacca. O, per la precisione, scusate il termine, in cacca.