La mia nonna era di Santo Stefano, una frazione di Borgomanero, quindi il giorno di Santo Stefano per noi era una festa grande. Per me in particolare, perché ero molto legata alla nonna Peppina, grande cuoca, donna intelligente e modernissima. Il giorno dopo Natale, che tutte le famiglie dei suoi quattro figli trascorrevano nell’intimità delle loro case, ci si ritrovava nella sua grande cascina per stare tutti insieme e gustare i manicaretti speciali che fino all’ultimo ha preparato. Il culmine del pranzo era la rustia, un piatto piemontese che nasce per la uccisione del maiale: con grande aggiunta di cipolle e pomodoro venivano riutilizzate qui le parti che non si potevano conservare, il fegato, le interiora e, in aggiunta, qualche bel pezzo di salsiccia fresca. La frittura dolce veniva servita come accompagnamento, le delicate losanghe dorate che non ho mai più gustato così buone; per chiudere, il tronchetto natalizio o il monte bianco (inteso come dolce di meringhe, marron glacé e panna montata). Come capirete, una vera e propria orgia gastronomica a cui si affiancava, per alleggerirla, la insalata di soncino appena nata nella serra e curata con attenzione e passione da mia mamma. Anche quello un sapore mai più ritrovato nelle buste del supermercato…La nonna, ahimè, non c’è più da decenni, ma la tradizione del pranzo di Santo Stefano continua a casa di una cugina, la Anna, che ha una taverna con camino abbastanza grande da contenere tutti. Anche se, negli anni, ci si ritrova meno spesso (a parte la mega riunione per la visita dei cugini americani: ebbene sì, ne abbiamo anche oltreoceano).
In realtà dopo il pranzo di Natale nessuno ha davvero fame o voglia di sedersi a tavola: quindi la ricerca è sempre quella di un cibo allegro e ricreativo, soprattutto conviviale: quest’anno ci siamo buttate sulla burguignonne, dato che finalmente i bambini, di 9 anni, sono in grado di gestire una pentola di olio bollente; e soprattutto sarà meglio che la godiamo prima che le nostre mani diventino talmente tremanti da non poter gestire più noi una pentola di olio bollente! Pinzimoni, insalate, frutta, ed è fatta; ma il pezzo forte del menu sono le chiacchiere e i ricordi: per ritrovare e ricostruire momenti della nostra infanzia che abbiamo vissuto o solo sentito raccontare; resi epici dalla distanza nel tempo e dai cambiamenti che sono intervenuti. Noi, che non riusciamo a staccarci dal cellulare, ancora ricordiamo i telefono appesi al muro, lugubri e neri, usati sempre e soltanto per comunicazioni importantissime; e quella volta che la nonna, sentendo la voce della segreteria telefonica del genero medico, si era preoccupata davvero. “Non sta bene! diceva alle figlie “Era la sua voce io gli dicevo son mi son la Peppina, e lui non mi riconosceva e continuava a dire rivolgersi alla guardia medica”. Un mondo che non c’è più.
Volare oh oh… come viaggiare molto comode spendendo poco: le occasioni da prendere al volo!





